C'è un salmo che molti imparano da bambini e ritrovano da adulti, magari senza averlo mai letto per intero. È il Salmo 23, quello che comincia con il Signore è il mio pastore. Anche chi non frequenta la chiesa da anni spesso ne ricorda l'attacco, magari ascoltato a un funerale o visto su un biglietto. Vale la pena conoscerlo meglio, perché dietro immagini semplici, greggi e pascoli, c'è una delle descrizioni più belle della fiducia in Dio.
Qui trovi il testo, un commento delle immagini che lo attraversano e qualche indicazione pratica per pregarlo nei momenti difficili. Non servono competenze particolari. Basta la pazienza di leggere piano e di fermarsi dove le parole toccano qualcosa dentro.
Questa pagina è in Italiano. Disponibile anche in: English Español Deutsch Português Français Русский
Il Salmo 23 è probabilmente il salmo più conosciuto di tutti. Il suo primo versetto, il Signore è il mio pastore, non manca nulla, è entrato nel linguaggio comune, compare sui santini, sui ricordi delle prime comunioni, sulle lapidi. Molti lo sanno a memoria senza averlo mai studiato, come si sa una canzone sentita tante volte. È breve, si legge in poco più di un minuto, e proprio questa brevità aiuta a ricordarlo.
Nel testo ebraico il salmo è piccolo, appena sei versetti, ma raccoglie immagini diverse. Si passa dal pastore che guida il gregge all'acqua che ristora, dal sentiero giusto alla valle buia, e poi dal bastone che consola alla tavola apparecchiata. Chi lo legge per la prima volta di solito si stupisce di questo cambio di scena, dal campo aperto alla mensa. Non è un caso, è il modo in cui il salmo racconta la cura di Dio, che si adatta ai bisogni di chi lo invoca.
Spesso lo si sente leggere nelle occasioni più diverse, in chiesa come in ospedale, in una veglia come in una sera qualunque. Il motivo è semplice, le sue parole non richiedono spiegazioni per essere capite. Un pastore, un gregge, un sentiero, un pasto. Tutti sanno cosa sono. E così, anche chi è lontano dalla fede, quando ascolta questo salmo sente che qualcuno sta parlando della sua vita.
L'Eterno è il mio pastore, non manco di nulla.
Egli mi fa giacere in pascoli erbosi, mi mena presso acque tranquille.
Egli mi ristora l'anima, mi guida per sentieri di giustizia, per amor del suo nome.
Quand'anche camminassi per la valle dell'ombra della morte, non temerei alcun male,
perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
Tu apparecchi davanti a me una tavola in presenza dei miei nemici;
mi ungi il capo d'olio, il mio calice è colmo fino all'orlo.
Certo, beni e benignità mi accompagneranno tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa dell'Eterno per lunghi anni.
Salmo 23Testo secondo la versione Riveduta della Bibbia.
Per capire questo salmo bisogna ricordare che in Israele il pastore non era una figura romantica. Era un mestiere duro, fatto di giornate all'aperto, di notti di guardia, di cammini lunghi per trovare erba e acqua. Il pastore conosceva una per una le sue pecore, le chiamava per nome, sapeva quale era malata, quale tendeva ad allontanarsi. Non era un proprietario distratto, era qualcuno che viveva con il gregge e per il gregge.
Davide, a cui la tradizione attribuisce il salmo, era stato pastore prima di diventare re. Sapeva cosa voleva dire difendere le pecore dai lupi e dagli orsi, cercare quella che si era perduta, portare sulle spalle l'agnello stanco. Quando scrive il Signore è il mio pastore, parla di qualcosa che conosce sulla propria pelle. Non usa un'immagine astratta, racconta un'esperienza concreta di guida e di cura.
Anche la parola gregge dice qualcosa. Non siamo animali anonimi, siamo pecore conosciute, seguite, cercate. Il pastore non sta davanti per caso, sta davanti per indicare la strada, e il gregge lo segue perché ha imparato a fidarsi. In un tempo in cui si parla molto di autonomia e poco di dipendenza, questo salmo ricorda che c'è una forma di fiducia che non umilia, anzi libera dalla paura di dovercela fare da soli.
C'è un versetto che tutti ricordano, quello della valle dell'ombra della morte. È il versetto che si sceglie più spesso ai funerali, perché dice una cosa che in quel momento si fatica a dire con parole proprie. Non promette che la valle non si attraverserà. Dice che la si attraversa senza essere soli, con il bastone e il vincastro che danno sicurezza.
L'immagine è quella di un sentiero stretto tra rocce e burroni, di quelli che i pastori conoscevano bene. Il salmista non dice che la paura non c'è, dice che anche quando c'è, non si è soli. È una distinzione importante, perché molte persone pensano che la fede consista nel non avere paura. Qui invece la paura è ammessa, e attraversata. Chi ha perso una persona cara sa quanto sia diverso sentire che qualcuno cammina accanto.
Nella liturgia funebre questo salmo ritorna spesso, e non solo per consolazione. Ricorda ai vivi che la morte non è l'ultima parola, e ricorda ai presenti che quel cammino è stato fatto anche da altri prima di loro. A volte basta ascoltare quelle parole in una chiesa piena di gente per sentire che il dolore non è più solo il proprio, ma è portato insieme.
A un certo punto il salmo cambia scena. Dal pascolo si passa a una tavola apparecchiata, davanti a chi ci vuole male. Il pastore diventa un anfitrione, e la cura non è più fatta di sentieri e di erba, ma di cibo, di olio profumato sul capo, di un calice che trabocca. È un'immagine di abbondanza, quasi eccessiva, che sorprende chi si aspettava solo un salmo di cammino.
L'olio sul capo era segno di festa e di onore, si usava per gli ospiti importanti. Il calice che trabocca dice che la misura della generosità non è quella del bisogno, ma quella dell'eccesso. Non ci è dato il necessario, ci è dato più del necessario. In un mondo che misura tutto, questa immagine fa un po' impressione, e forse è proprio per questo che resta impressa.
C'è anche un dettaglio che spesso sfugge, la tavola è apparecchiata davanti agli avversari. Non si aspetta che i nemici spariscano perché la festa cominci. La festa comincia così, con i nemici ancora lì, e questo dice molto del modo in cui Dio si prende cura dei suoi. Non elimina subito ogni ostacolo, ma prepara un posto dove sedersi e mangiare in pace.
Ci sono momenti in cui le parole non vengono. In ospedale, davanti a una diagnosi, dopo un lutto, in una notte in cui il sonno non arriva. In quei momenti molti si aggrappano al Salmo 23, e non è una superstizione. È che quelle parole sono state dette da altri prima di noi, in situazioni simili, e ci permettono di pregare anche quando non sapremmo da dove cominciare.
In ospedale, per esempio, c'è chi lo legge ad alta voce, piano, accanto a un letto. Non serve una liturgia, basta una voce che pronunzia il primo versetto e poi si ferma. A volte il malato non risponde, ma stringe la mano, o chiude gli occhi. Altre volte è lui a chiedere di riascoltarlo, magari la sera, quando le luci si abbassano e la stanza diventa più silenziosa.
Nei momenti di paura il salmo aiuta anche perché non chiede di essere coraggiosi. Non dice di non avere timore, dice che il Signore è con noi mentre il timore c'è. È una compagnia, non una prestazione. E questo, per chi è stanco di dover dimostrare qualcosa anche davanti a Dio, è già un sollievo.
Nella Messa il Salmo 23 compare spesso come salmo responsoriale, soprattutto in Quaresima e nel Tempo di Pasqua. Il ritornello che si canta tra le letture è quasi sempre lo stesso, il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. La comunità lo ripete e in quel momento non è più una preghiera individuale, è la voce di tutti insieme. Anche chi non lo conosce bene lo impara in pochi secondi.
Nei funerali è tra i testi più scelti dalle famiglie, spesso senza sapere esattamente perché. Forse perché è breve, forse perché è conosciuto, forse perché dice la fiducia in un modo che non suona falso nemmeno a chi è arrabbiato con la morte. La scelta del salmo, in questi casi, non è un dettaglio tecnico, è già una preghiera.
Nelle Lodi il salmo è entrato nella liturgia delle ore, e lo si prega in alcune mattine della settimana. Lì il tono è diverso, più leggero, perché la tavola apparecchiata e il calice colmo si leggono all'inizio della giornata, come una promessa da portare con sé fino a sera. Chi prega le Lodi lo sa, e spesso lo aspetta.
Per pregarlo non serve un metodo complicato. Un modo semplice è leggere il salmo lentamente, una volta sola, senza fretta. Poi fermarsi su una frase, quella che ha colpito di più, e rileggerla due o tre volte. Non è una tecnica, è solo un modo per dare tempo alle parole di arrivare dove devono arrivare.
Un'altra possibilità è ripetere il primo versetto, magari sottovoce, mentre si cammina o si aspetta. Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Chi lo fa con costanza scopre che quella frase, a forza di tornare, diventa una specie di respiro. Non serve essere esperti, anzi, chi non sa da dove cominciare può partire proprio da qui, da una frase sola.
Se poi si vuole leggere tutto il salmo, va bene anche farlo a voce alta, magari la sera prima di dormire. C'è chi lo legge ai figli piccoli, chi lo scrive su un foglio e lo tiene sul comodino, chi lo recita in macchina. Non ci sono regole. L'importante è che quelle parole entrino nella vita quotidiana, con la semplicità con cui si parla a qualcuno di cui ci si fida.
Il Salmo 23 e il Salmo 91 sono entrambi salmi di fiducia, ma non sono uguali. Il 23 parte dall'immagine del pastore, quindi dalla guida e dalla cura quotidiana. Il 91 parte invece dall'immagine del rifugio, della fortezza, dell'ombra che protegge. Il primo racconta un cammino, il secondo racconta un riparo. A volte si sceglie l'uno, a volte l'altro, a seconda di ciò che si sta vivendo.
Il Salmo 91 è quello che si prega quando ci si sente minacciati, quando c'è un pericolo concreto o una paura che stringe. Insiste sulla protezione, sull'angelo che custodisce, sulla notte e sul giorno coperti dalla cura di Dio. Il Salmo 23 è più adatto quando si è in cammino, quando si attraversa un periodo lungo, quando si ha bisogno di sapere che qualcuno sta davanti e conosce la strada.
Nella pratica, molte persone li usano insieme. Il 23 la mattina, per cominciare la giornata con il passo giusto. Il 91 la sera, o nei momenti di paura acuta, per sentirsi al riparo. Non c'è una regola liturgica che imponga l'uno al posto dell'altro, e forse è proprio questa libertà che li rende così familiari a tanti.
Il Salmo 23 è composto da sei versetti e comincia con le parole il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Descrive Dio come un pastore che guida, nutre e protegge, e poi come un anfitrione che prepara la tavola. È uno dei salmi più brevi e più conosciuti della Bibbia.
Il Salmo 23 esprime fiducia in Dio, descritto come pastore che guida e si prende cura del suo gregge. Le immagini del pascolo, della valle buia e della tavola apparecchiata raccontano una compagnia che non viene meno nemmeno nei momenti difficili. Il senso è che non si è soli nel cammino della vita.
Si legge ai funerali perché parla della valle dell'ombra della morte e della presenza di Dio che accompagna anche lì. È un testo conosciuto, breve e capace di dare parole a chi è nel dolore. Per questo molte famiglie lo scelgono per la liturgia funebre.
Si recita in molte occasioni, nella Messa come salmo responsoriale, nelle Lodi, nei funerali e nella preghiera personale. Molti lo usano nei momenti difficili, in ospedale o durante una veglia. Non ci sono orari fissi, lo si può pregare in qualsiasi momento della giornata.
La tradizione lo attribuisce al re Davide, che era stato pastore prima di diventare re. L'attribuzione è antica e diffusa, anche se gli studiosi discutono sulla composizione del salterio nel suo insieme. Il testo che leggiamo è comunque quello tramandato dalla tradizione biblica.
Scegli quello che ti serve adesso. Ogni offerta va al sostentamento dei sacerdoti e alle opere della Chiesa, e nessuno resta fuori per una cifra.
🙏 Sostieni la nostra missione
La tua offerta ci aiuta a portare avanti la Messa quotidiana e il sostegno spirituale nel mondo.
♥ Diventa partner, 10 $ al mese🕯
Support Our Mission
Your donation helps us continue daily Mass and spiritual support worldwide.
♥ Donate NowEvery gift, large or small, makes a difference.